AIF Day 10 giugno - Delegazione Toscana

 

Temi di discussione:

·  La formazione lungo l’arco della vita

·  La formazione per la “conoscenza diffusa”

 

Relatore: Luigi Taccone (membro CD Toscana)

 

Le due tematiche hanno a comune il focus costituito dall’individuo nella sua accezione più ampia, ovvero il cittadino visto in tutte le sue possibili forme (di residente, straniero, anziano, disabile, studente, extracomunitario, lavoratore ecc.) ed appartenente ad una determinata comunità territoriale.

Su questi temi le politiche attuate in particolare nella Regione Toscana, appaiono oramai da diversi anni in linea con gli indirizzi provenienti dalla comunità europea (obiettivi della conferenza di Lisbona per la società della conoscenza, politiche sul life long learning, quadro unitario della CE per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze EUROPASS ecc.), anche se sul piano nazionale appare ancora necessario recuperare un più alto livello di integrazione tra le varie modalità di azione (educazione, istruzione, formazione) a tutti i livelli di governo (di indirizzo, di programmazione e di gestione).

Con la legge regionale 32/2003 è stato anche formalmente istituito in Toscana il diritto all'Apprendimento nei vari contesti - formali, non formali ed informali - ed, in questo solco, diventano sempre più presenti le iniziative in tal senso: come la sperimentazione del libretto formativo del cittadino o dell’ ILA (Individual Learning Account) o la definizione, in fase di avanzata realizzazione, del sistema regionale integrato di lifelong learning (delibera Regione Toscana n.120 del 20.02.2006 “Progetto regionale competenze” e segg.).

Qui è interessante sottolineare alcuni aspetti:

·        definizione del glossario per una maggiore diffusione di un linguaggio comune nel settore;

·        diverso ruolo svolto dagli standard professionali, formativi e di riconoscimento delle competenze nei contesti di apprendimento - formal, informal, non formal ;

·        suddivisione del processo di riconoscimento delle competenze in fasi (descrizione, validazione, dichiarazione, certificazione) con il coinvolgimento operativo dei vari attori sociali nei contesti interessati (servizi al lavoro, education, imprese, organismi accreditati ecc.) prevedendo anche lo sviluppo di nuove professionalità (“esperto di certificazione”).

L’obiettivo di fondo è quindi la piena valorizzazione delle competenze, derivante dalla necessità di affermare un valore socialmente ed istituzionalmente riconoscibile e spendibile nei contesti non solo formativi ma anche professionali.

Quindi non solo il consolidamento dei processi nei contesti di apprendimento formal (portfolio di competenze), ma anche l’esigenza di stabilire i primi elementi di definizione concertata in ambito informal e no-formal (dove l’apprendimento non rappresenta la finalità principale ma comunque occorre definire un processo di validazione / oggettivazione che non necessariamente passa da un momento di certificazione).

E proprio in Toscana, un contesto certo caratterizzato da una marcata coesione sociale (basti pensare che qui vi è ben il 20% di imprese al mondo che hanno conseguito la certificazione SA8000; tra l’altro si segnala la recente legge regionale sulla R.S.I.), appare lecito aspettarsi un maggiore coinvolgimento del tessuto imprenditoriale: d’altronde lo stesso percorso di definizione degli standard minimi nazionali con l’individuazione delle famiglie e delle figure professionali qualifica sempre di più il ruolo dell'impresa nella fase di riconoscimento delle competenze anche nei percorsi di tipo informale; e non dimentichiamo peraltro il peso e l’importanza crescente che sta assumendo la gestione dei fondi interprofessionali da parte delle parti sociali.

L'impresa deve comunque ancora e definitivamente abbandonare residue remore e paure tipiche - la mobilità delle competenze in uscita, la loro stessa valorizzazione che può ben entrare nell'ambito della contrattazione aziendale - che spesso ostacolano il proprio sviluppo partecipato, per sposare pienamente lo sviluppo delle competenze come lo strumento principe per la propria competitività sul mercato ed, al contempo, per la fidelizzazione dei propri dipendenti e la capitalizzazione degli investimenti in risorse umane.

Questi limiti sono ben rappresentati, per altro verso, dal concetto di Meritocrazia, che indubbiamente stenta ad affermarsi per vari motivi nelle nostre imprese, ma molto c’è anche da sviluppare sul terreno dell’integrazione e della partecipazione democratica a tutti i livelli territoriali.

Ad esempio, in un recente convegno Eurispes (“La Toscana prossima futura”, Consiglio Regionale, 21 marzo 2006 a Firenze) sono stati presentati i risultati di una ricerca condotta su un campione significativo di studenti universitari presso le tre sedi regionali (Firenze, Pisa e Siena, peraltro tra le migliori in Italia: occupano il 2° e 3° della classifica nazionale).

Alla domanda “Cosa manca alla Toscana ?”, la risposta nettamente più frequente è stata l’apertura mentale e culturale (24%) seguita, ad una certa distanza, dalla capacità di innovazione ed investimento in ricerca (15%), infrastrutture e connettività (14%) e mercato del lavoro efficiente (13%).

Eppure uno studio recente dell’AIE, Agenzia Europea di Investimenti, sulla “buona governance” misurata secondo le indicazioni dell’ONU, OCSE ed EU, classifica la Toscana, che ha un grado di compliance del 32,5% rispetto ad una media nazionale del 25%, al 5° posto assoluto tra le regioni italiane, pur evidenziando alcuni margini di miglioramento.

I dati possono anche apparire in contraddizione se non si pensa che gli studenti universitari interagiscono, durante la loro esperienza di crescita e di formazione professionale, soprattutto con due realtà principali: l'Università e l'Impresa (e questo, semmai ce ne fosse bisogno, costituisce una riprova del ritardo che scontiamo in questi due ambiti, certo più marcatamente a livello italiano ma purtroppo anche in Toscana, sul piano della cultura della partecipazione, del confronto democratico, della  condivisione, della trasparenza, della meritocrazia, del valore della risorsa umana, del riconoscimento delle competenze, della partecipazione allo sviluppo ecc.).

In ottica di conoscenza diffusa è quindi sulla strada della Democrazia che si attendono i maggiori sviluppi, anche sulla falsariga delle sperimentazioni di altre forme di partecipazione democratica che si stanno rapidamente diffondendo in tutto il mondo (Future Center nel nord Europa, Debat Public in Francia, bilanci partecipativi in Brasile, democrazia discorsiva in Grecia sono solo alcuni esempi).

Percorsi di apprendimento allargati e condivisi, gruppi di co-progettazione aperti, reti e sinergie territoriali, creazione di nuovi spazi, tempi e modalità per l’apprendimento: come la sperimentazione del “Knowledge Café”, un’idea supportata da Firenze Tecnologia in un workshop recente sul Knowledge Management, con cui si è promossa una sperimentazione delle tecniche di project work e brainstorming per una diffusione e gestione della conoscenza più finalizzata.

Non si può poi non ricordare il percorso (www.regione.toscana.it/partecipazione) avviato dalla Regione Toscana sulla partecipazione con l’obiettivo di definire una specifica legge regionale in materia attraverso il town meeting previsto per novembre 2006.

Nel dibattito assume particolare valore la ricerca del “metodo” più conveniente ed efficace da utilizzare per collegare la domanda democratica di innovazione proveniente dal territorio alla strategia politica della P.A..

In questo contesto si può anche osservare cosa si fa nei contesti imprenditoriali più maturi ed efficaci: come fanno ad esempio i creativi di un’agenzia di marketing a generare nuove idee, o le aziende per coinvolgere efficacemente i loro dipendenti nella vita aziendale o le organizzazioni per creare dei meccanismi interni di miglioramento.

Le risposte che tipicamente si danno (e per la verità non è che accada spesso in Italia, in relazione soprattutto al grado di sviluppo della cultura organizzativa) si chiamano appunto tecniche di brainstorming, cassette delle idee, meccanismi di premio, gruppi di miglioramento ecc., tutti ottimi esempi di regole che, opportunamente adattati ai possibili ambiti territoriali, possono costituire uno spunto, se non una traccia, proprio per definire il metodo della partecipazione democratica.

 

In definitiva, come contributo per la definizione di nuovi orientamenti associativi, si evidenziano i seguenti aspetti:

·        Rafforzamento della rete di relazione con istituzioni pubbliche e private sul territorio (Regione, Province, enti, associazioni di categoria, altri attori sociali ecc.)

·        Promozione della cultura della partecipazione

·        Focalizzazione – e conseguente diversificazione nelle modalità di azione e di relazione - delle attività associative di rappresentanza verso i target principali costituiti dai soggetti che sono attori principali del processo di apprendimento: in particolare, almeno due livelli di sintesi, il “formatore” come individuo, e l’ ”Impresa formativa” (nelle sue diverse rappresentazioni: scuola, università, organizzazione no-profit, agenzia privata ecc.).