Intervista a Luigi Taccone (pag. 63, Scuola Domani di Paola Capitani, Franco Angeli 2006)

 

Domanda: Quale futuro per la Scuola e l'Università ?

Risposta: Se pensiamo agli aspetti più strumentali, lo spazio ed il tempo dell'apprendimento possono essere ampiamente riprogettati con l’utilizzo delle nuove tecnologie. Il digital disconnect esistente tra studenti e docenti può essere ben superato configurando nuovi modelli di comunicazione, arrivando anche a realizzare un sistema di scuola aperta senza classi – o almeno senza quei vincoli fisici, temporali e logistici che comunemente vengono associati al concetto di classe -, dove i docenti modificano fortemente ruolo e strumenti di interazione, e nelle quali i contenuti digitali, i cosiddetti learning object, l'e-portfolio e le nuove linee di ricerca sono i criteri fondamentali per un modello organizzativo assolutamente innovativo.

Basta ricordare le esperienze sviluppate in varie parti del globo (sul tema, da segnalare un recente convegno internazionale dell’Indire “Re-mediare la scuola”, Firenze 3 marzo 2006, www.indire.it) per apprezzare come le nuove tecnologie possono davvero riconfigurare l’ambiente di apprendimento.

Ad esempio, un oggetto ancora misterioso per il mercato italiano (neanche 1.000 prodotti in Italia su un parco istallato a livello mondiale di 600.000 pezzi, non solo in Canada, Usa e UK, ma anche in Cina o Messico) è la lavagna interattiva - uno strumento in grado di favorire moltissimo la partecipazione attiva dello studente al sapere -, anche se lentamente stiamo cercando di recuperare (ad esempio, il recente progetto Cipe Scuola che prevede 1.600 lavagne per le nostre scuole situate soprattutto nelle zone obiettivo 1, o l’interessante esperienza già condotta da alcune scuole lombarde con le tecnologie smart board e presentata all' Expo del Capitale Umano, dell’Innovazione e dell’Internazionalizzazione del 16 marzo a Milano).

Ma, aldilà della tecnologia, c’è sicuramente un problema di modello organizzativo e questo anche a prescindere dall’efficacia relativa delle riforme intervenute negli ultimi anni (dalla Bassanini alla Moratti), anzi credo sia proprio la dimensione della valutazione, del controllo dell’efficacia, del monitoraggio (si pensi ad esempio alla metodologia Invalsi) a mettere in evidenza i difetti più gravi del sistema scolastico, che dovrebbe assumere, pur essendo l’istruzione un bene pubblico, un assetto molto più “imprenditoriale”, senza per questo stravolgere la sua natura di fondo.

Eppure, nonostante alcuni limiti evidenti (ripeto, più che sulla qualità del prodotto, sul controllo della qualità stessa), sia l’università che la scuola, in particolare quella toscana, stanno cercando da qualche tempo di proporsi sul mercato anche come “agenzia formativa”, ma senza avere ancora affinato i comportamenti e gli strumenti giusti per essere pienamente competitivi.

 

Domanda: Quale futuro per il sistema formativo ?

Risposta: Se analizziamo le problematiche dell’apprendimento spostandoci un po’ di più verso il mondo del lavoro, oggi non possiamo non avvertire una fortissima esigenza di rinnovamento, in particolare per il sistema formativo toscano. Dopo un lungo periodo (1994-2006) alimentato anche da due successivi cicli di programmazione del FSE (Fondo Sociale Europeo), in cui sono state sperimentate e consolidate importanti “infrastrutture” formative (per tutte la Didateca Trio, una delle prime realizzazioni su scala mondiale di quanto può essere realizzato nel campo dell’e-learning), appare necessario invertire decisamente la logica stessa del finanziamento, dal supporto allo sviluppo dell’offerta alla promozione della domanda proveniente dal territorio e da tutte le comunità presenti nei vari contesti socio-economici (e già oggi si comincia ad apprezzare l’utilizzo sempre più diffuso del buono formativo o della formazione a voucher).

Sul piano nazionale appare inoltre ineluttabile recuperare un più alto livello di integrazione tra le varie modalità di azione (educazione, istruzione, formazione) a tutti i livelli di governo (di indirizzo, di programmazione, di gestione).

Solo così potrà essere veramente assicurato il diritto all'apprendimento nei vari contesti formali, non formali ed informali, ed acquisteranno un valore profondamente sistemico le iniziative e le sperimentazioni su cui oggi si lavora, come il libretto formativo del cittadino, il quadro unitario della CE per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze (EUROPASS) o gli standard minimi di competenza di riconoscimento e di certificazione (per un approfondimento sul tema si rimanda alla  delibera Regione Toscana n.120 del 20.02.2006 “Progetto regionale competenze - Approvazione primi risultati elementi costitutivi del sistema regionale integrato lifelong learning”, con cui viene tracciata, oltre ad un glossario di riferimento, la struttura del sistema regionale. Interessante notare, tra l'altro, il diverso ruolo svolto dagli standard professionali, formativi e di riconoscimento delle competenze nei diversi contesti di apprendimento - formal, informal, non formal ; altre informazioni sul sito  http://www.rete.toscana.it/sett/orient/fp/siscom.htm).

Non secondario l’esame, anche per eventuale confronto e valutazione di compatibilità e coerenza, di quanto avviene – e direi anche più spontaneamente, ovvero sulla base delle esigenze più dirette della comunità degli operatori - anche nel mondo associativo, ad esempio con il sistema di certificazione AIF (Associazione Italiana Formatori, http://www.aifonline.it): una proposta di lavoro che ha perlomeno la caratteristica di essere veicolata uniformemente sul piano nazionale e con interessanti connessioni con le associazioni internazionali (attraverso ETDF, Federazione Europea per la Formazione e lo Sviluppo delle Risorse Umane, alla quale aderiscono 146.000 tra formatori manageriali e esperti in sviluppo delle risorse umane di 10 nazioni europee).

 

Domanda: E l’impresa formativa ?

Risposta: In questo contesto, ritornando all’impresa formativa – qui intesa nell’accezione più vasta del termine, come insieme di risorse e strategie, politiche e interazioni -, la capacità di lettura del fabbisogno formativo diventa obbligatoriamente un punto cardine del suo sviluppo che non può che portare ad una maggiore attenzione nei rapporti con il territorio ed i soggetti fruitori e renderla più consapevole in una logica di vera responsabilità sociale.

Con riferimento al mercato dell’offerta nel suo complesso, si può peraltro osservare una certa tendenza all'auto-referenzialità, e questo indubbiamente rappresenta non solo un sintomo di criticità, ma anche un notevole ostacolo nei confronti della ricerca di una maggiore competitività del settore dei servizi, con potenziali gravi ricadute sul versante della situazione occupazionale.

Certo occorre trovare soluzioni e terapie anche al nanismo imprenditoriale che è tipico della nostro territorio, alla pluralità ed alla frammentazione degli attori (ad esempio, un nuovo distretto per il mondo dei servizi formativi ?) particolarmente evidente sul piano regionale (si contano ad oggi oltre 1.600 agenzie formative), in modo da assicurare un livello di flessibilità organizzativa (dove la flessibilità non va certamente intesa come precarietà o libertà di licenziamento, ma come gestione dinamica ed adattiva rispetto alle esigenze del mercato) in grado di esprimere uno standard di qualità del sistema più elevato rispetto all’attuale, non sempre sufficiente almeno in relazione a specifici target.

Appare quindi evidente la necessità di adottare un nuovo modello di riferimento, delle nuove regole anche per definire la qualità dell’impresa formativa che deve essere in grado di operare efficacemente per una comunità territoriale sempre più solidale ed integrata e di definire nuovi rapporti con l'individuo (in tutte le sue forme: cittadino, residente, straniero, anziano, disabile, studente, extracomunitario, lavoratore ecc.) che rappresenta, come unico fruitore finale, l’unico punto di riferimento ed il fulcro intorno al quale occorre sviluppare una più marcata responsabilità sociale del sistema formativo. 

E questo sforzo può e deve avvenire in tutti contesti, sia nel campo pubblico (dove, come soprattutto in Toscana, molto si sta facendo, buon ultima la legge regionale sulla responsabilità sociale n.17 dell’8.05.06) che in quello privato, in cui non sono ancora molto chiari i nuovi “doveri” per l’impresa che discendono dal nuovo principio fondato sul diritto all’apprendimento dell’individuo.

Non per sottovalutare l'importanza degli ambiti di intervento dei sistemi di certificazione attuali - ad esempio, per la SA8000, lo sfruttamento del lavoro minorile, le discriminazioni, la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro ecc. -, ma credo che occorra tarare meglio i parametri ed i criteri di valutazione sociale al fine di cogliere anche altri aspetti di sicura rilevanza.

Quali nuovi "doveri" infatti, pur tenendo sempre ben presente lo spirito volontaristico delle norme, è possibile definire oggi per un'impresa che si deve comunque muovere tra i diritti dei lavoratori e le proprie esigenze di competitività e di crescita ?

Lo spunto può essere offerto proprio dall'attuale evoluzione dei sistemi di competenze: il percorso di definizione degli standard minimi nazionali con l’individuazione delle famiglie e delle figure professionali, condotto a livello toscano, nazionale ed europeo, qualifica sempre di più il ruolo dell'impresa nella fase di riconoscimento delle competenze anche nei percorsi di tipo informale; e non dimentichiamo peraltro il peso e l’importanza crescente che sta assumendo la gestione dei fondi interprofessionali da parte delle parti sociali.
Si potrebbe allora creare una maggiore sinergia tra l'evoluzione dei diritti sociali ed il ruolo dell'impresa all'interno del mercato del lavoro, ricercando una nuova saldatura e formando un circolo virtuoso, che certo non va visto come un'ingerenza di una parte sull'altra, tra le politiche sociali e dei diritti e quelle della formazione e dell'occupabilità. L'impresa dovrà però abbandonare le residue remore e le paure tipiche - la mobilità delle competenze in uscita, la loro stessa valorizzazione che può ben entrare nell'ambito della contrattazione aziendale - che spesso ostacolano il proprio sviluppo partecipato, per sposare pienamente lo sviluppo delle competenze come lo strumento principe per la propria competitività sul mercato ed, al contempo, per la fidelizzazione dei propri dipendenti e la capitalizzazione degli investimenti in risorse umane.

Sarebbe allora opportuno misurare l'impegno effettivo delle imprese per lo sviluppo delle competenze sia nel contesto interno (e non solo in termini di formazione praticamente obbligatoria, ma anche di dinamiche partecipative, di reti di relazione aziendali che vengono favorite attraverso gruppi di lavoro interni, definizione di sistemi premianti legati alle performance anche individuali, team di miglioramento ecc.), sia nel mercato del lavoro potenziale (ad esempio, in termini di coinvolgimento nell'ambito delle azioni formative classiche come i percorsi di IFTS, la formazione per gli apprendisti, i tirocini e gli stage ecc.).

In pratica, un nuovo dovere sociale per l'Impresa come luogo deputato all'apprendimento dell'individuo.

 

Domanda: Quale modello di sviluppo per il territorio ?

Risposta: In un recente convegno Eurispes (“La Toscana prossima futura”, Consiglio Regionale, 21 marzo 2006 a Firenze) sono stati presentati dei dati che, almeno in prima analisi, appaiono abbastanza preoccupanti.

Su un campione significativo di studenti universitari presso le tre sedi universitarie regionali (Firenze, Pisa e Siena), alla domanda “Cosa manca alla Toscana ?”, la risposta nettamente più frequente è stata l’apertura mentale e culturale (24%) seguita, ad una certa distanza, dalla capacità di innovazione ed investimento in ricerca (15%), infrastrutture e connettività (14%) e mercato del lavoro efficiente (13%).

Potremmo dire un vero e proprio shock almeno per il contesto politico regionale che pure si sta molto impegnando in questa dimensione, raccogliendo peraltro risultati anche molto significativi: ad esempio, uno studio recente dell’AIE, Agenzia Europea di Investimenti, sulla “buona governance” misurata secondo le indicazioni dell’ONU, OCSE ed EU, classifica la Toscana, che ha un grado di compliance del 32,5% rispetto ad una media nazionale del 25%, al 5° posto assoluto tra le regioni italiane, pur evidenziando alcuni margini di miglioramento.

I dati provenienti dalle due fonti sono però solo apparentemente in contraddizione.

In effetti, se si pensa che il campione analizzato nell’indagine Eurispes è costituito esclusivamente da studenti universitari (si tratta quindi di cittadini dotati di una certa cultura, capacità di analisi critica, osservazione e comparazione anche con altre situazioni esistenti in giro per il mondo), le realtà principali con cui essi interagiscono durante la loro esperienza di crescita e di formazione professionale, sono soprattutto due: l'Università e l'Impresa (e, senza ripetermi, questo semmai può costituire una riprova del ritardo che scontiamo in questi due ambiti, certo più marcatamente a livello italiano ma purtroppo anche in Toscana, sul piano della cultura della partecipazione, del confronto democratico, della  condivisione, della trasparenza, della meritocrazia, del valore della risorsa umana, del riconoscimento delle competenze, della partecipazione allo sviluppo ecc.).

Senza poi considerare che il campione è certo costituito, anche senza considerare gli stranieri, da molti studenti italiani “non toscani” (dove presumo ci siano moltissimi meridionali, visto che l'offerta universitaria al sud non è certo eccellente come qui in Toscana che detiene, con Firenze e Pisa, la 2° e 3° posizione nella graduatoria nazionale): anche analizzando la classifica AIE (molte regioni meridionali sono situate nella parte alta della classifica), credo risulti abbastanza evidente come il meridione, pur con tantissimi difetti, abbia una naturale predisposizione alla partecipazione alla vita sociale, una cultura appunto più aperta, figlia probabilmente di un certo sviluppo storico culturale che è tipico del sud in un contesto italiano spesso caratterizzato da forme più marcate di individualismo.

Occupandomi di formazione, mi capita peraltro spesso di lavorare con gli studenti universitari ed altrettanto spesso di verificare che, per loro, proprio quella è la carenza più grave percepita sul territorio: sarebbero disposti ad andare anche a piedi all'Università o al lavoro, a patto che quel posto sia davvero uno spazio reale di apprendimento e di sviluppo per la loro crescita professionale.

Indubbiamente servono anche strumenti - tecnologici, metodologici ed organizzativi - diversi.

Come, ad esempio, lo spunto emerso durante il dibattito "Come definire lo spazio ed il tempo dell'apprendimento nel nostro territorio" svolto nell’ambito di un incontro di lavoro sul tema "Cultura e Tecnologie" che ho avuto modo di  organizzare presso l'Assessorato della Cultura del Comune di Firenze (una traccia dei risultati è disponibile sul sito  www.taccone.net, sezione: news > alla rubrica “commenti & idee”).

Il contesto operativo era offerto dal processo partecipato di costruzione delle nuove progettualità per la riorganizzazione degli spazi di aggregazione socioculturale. Il suggerimento alle autorità politiche operanti a livello locale per la gestione della Piazza Ghiberti, si è basato sull’utilizzo di tecnologie semplici ed efficaci (rete wi-fi, pannelli interattivi, totem-pc ecc.) con cui poter arricchire le funzionalità previste negli spazi sociali definendo ambienti distribuiti per la comunità locale in cui sviluppare azioni cooperative in un contesto di apprendimento allargato e condiviso.

Questo esempio potrebbe poi costituire una base anche per la sperimentazione del “Knowledge Café”, un’idea supportata anche da Firenze Tecnologia nell’ultimo workshop sul Knowledge Management[[1]] o anche per sperimentare altre forme di partecipazione democratica che si stanno rapidamente diffondendo in tutto il mondo (Future Center nel nord Europa, Debat Public in Francia, bilanci partecipativi in Brasile sono solo alcuni esempi).

Tra la metodologie di co-progettazione, sarebbe molto opportuna una maggiore diffusione del project work e del brainstorming per una gestione della conoscenza che mira a perseguire obiettivi, definiti e strutturati, pur calibrati su linee guida convenzionali ma suscettibili di modifiche in itinere per rendere il progetto rispondente alle aspettative dei destinatari, e dove gli elementi essenziali del progetto sono le risorse (umane e materiali), i tempi, il metodo ed il controllo sui risultati.

Non si può poi non sottolineare la grande importanza che riveste il percorso avviato dalla Regione Toscana sulla partecipazione (www.regione.toscana.it/partecipazione) con l’obiettivo di definire una specifica legge regionale in materia attraverso il town meeting previsto per novembre 2006.

Proprio seguendo l’interessante dibattito sulla nuova legge sulla partecipazione, ed in particolare a proposito della definizione del “metodo” più conveniente ed efficace da utilizzare per collegare la domanda democratica di innovazione proveniente dal territorio alla strategia politica della P.A., credo convenga anche osservare cosa si fa nei contesti imprenditoriali più maturi ed efficaci: come fanno ad esempio i creativi di un’agenzia di marketing a generare nuove idee, o le aziende per coinvolgere efficacemente i loro dipendenti nella vita aziendale o le organizzazioni per creare dei meccanismi interni di miglioramento.

Le risposte che tipicamente danno le imprese (e per la verità non è che accada spesso in Italia, in relazione soprattutto al grado di sviluppo della cultura organizzativa) si chiamano appunto tecniche di brainstorming, cassette delle idee, meccanismi di premio, gruppi di miglioramento ecc., tutti ottimi esempi di regole che, opportunamente adattati ai possibili ambiti territoriali, potrebbero costituire uno spunto, se non una traccia, proprio per definire il metodo della partecipazione democratica.

D’accordo quindi sull’articolo 1 per definire competenze, strutture di gestione e risorse (anche se risorse non deve voler dire solo finanziare le singole iniziative e preoccuparsi dei criteri di valutazione dei finanziamenti - sarebbe riduttivo anzi potrebbe essere fuorviante se non addirittura dannoso -, ma soprattutto realizzare le "infrastrutture" necessarie alla partecipazione, ovvero il contesto socio/culturale/tecnologico: ad esempio, individuare uno spazio fisico adatto, come una piazza cittadina, per costruirci - con gazebo, postazioni internet, rete wifi ecc. - lo spazio reale di confronto, scambio ed apprendimento reciproco).
Ma, e senza per questo volerne limitare le possibilità anche più creative di sviluppo, appare essenziale definire ben altre re
gole (tempi delle azioni, modalità di confronto, di adesione, di gestione e di rappresentanza, responsabilità, comunicazione, valore dei risultati, procedure organizzative ecc.) per favorire lo sviluppo ordinato e non caotico delle idee ed assicurare un livello ottimale di comportamento sociale: le regole appunto per il metodo di partecipazione in grado di guidare lo sviluppo democratico del territorio.



[[1]] Il 2 maggio a Firenze, presso la Camera di Commercio, si è tenuto un seminario sulle tematiche legate al Knowledge e che coinvolgono scuola e università, ricerca e impresa, formazione e Internet in un insieme di cui ciascuno ha un ruolo specifico da svolgere, valido solo se interagisce con le potenzialità e le competenze degli altri.