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Il diritto all'apprendimento:
un nuovo dovere sociale per l'Impresa
Intervento al Convegno: FabricaEthica 29 aprile 2004
oggetto: Il diritto all'apprendimento: un nuovo dovere sociale per l'Impresa
Sono stato negli ultimi anni responsabile del bilancio sociale per Confindustria Toscana Servizi e vorrei fornire alla Commissione Etica Regionale, approfittando della presenza di qualche suo membro, qualche spunto per individuare quali nuovi "doveri", tenendo sempre ben presente lo spirito volontaristico della norma, sia possibile definire per un'impresa che oggi si deve comunque muovere tra i diritti dei lavoratori e le esigenze di competitività e di crescita.
In particolare vorrei analizzare le dinamiche di scambio sociale che l'Impresa intrattiene con il territorio ed il mondo del lavoro che la circonda e la sostiene e che oggi che sta fortemente evolvendo sulla base di un nuovo principio fondato sul Diritto all'Apprendimento.
Non per minimizzare l'importanza degli ambiti di intervento dei sistemi di certificazione attuali - ad esempio, per la SA8000, lo sfruttamento del lavoro minorile, le discriminazioni, la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro ecc. -, ma credo occorra tarare meglio i parametri ed i criteri di valutazione sociale al fine di cogliere anche altri aspetti di sicura rilevanza.
E lo spunto viene offerto anche dall'attuale evoluzione dei sistemi di competenze: definizione degli standard minimi nazionali, individuazione delle famiglie e delle figure professionali, nuovi indirizzi a livello regionale, decisione della CE per un quadro unico per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze (EUROPASS), sono tutti elementi che evidenziano come il ruolo dell'impresa stia sensibilmente crescendo nella fase di riconoscimento delle competenze anche nei percorsi di tipo informale; e non dimentichiamo peraltro la possibilità di gestione dei fondi interprofessionali da parte delle parti sociali.
Si potrebbe allora creare una maggiore sinergia tra l'evoluzione dei diritti sociali ed il ruolo dell'impresa all'interno del mercato del lavoro, ricercando una nuova saldatura e formando un circolo virtuoso, che certo non va visto come un'ingerenza di una parte sull'altra, tra le politiche sociali e dei diritti e quelle della formazione e dell'occupabilità. L'impresa dovrà però abbandonare le residue remore e le paure tipiche - la mobilità delle competenze in uscita, la loro stessa valorizzazione se si fanno entrare nell'ambito della contrattazione aziendale - che spesso ostacolano il proprio sviluppo partecipato, per sposare pienamente lo sviluppo delle competenze come lo strumento principe per la propria competitività.
Sarebbe allora molto significativo misurare l'impegno effettivo delle imprese per lo sviluppo delle competenze sia nel contesto interno (e non solo in termini di formazione praticamente obbligatoria, ma anche di dinamiche partecipative, di reti di relazione aziendali che vengono favorite attraverso lavori di gruppo interni, definizione di sistemi premianti legati alla performance, gruppi di miglioramento ecc.), sia nel mercato del lavoro potenziale (ad esempio, in termini di coinvolgimento nell'ambito delle azioni formative classiche come i percorsi di ifts, la formazione per gli apprendisti, i tirocini e gli stage ecc.).
Concludo quindi con un augurio, che l'Impresa, come luogo deputato all'apprendimento dell'individuo, possa veramente diventare un nuovo dovere sociale.